Tahir Elci lo incontrai nel marzo del 2013, pochi giorni dopo il Newroz di Amed.    Accolse il nostro gruppo nella sede dell'associazione degli avvocati di Diyarbakir con un suo collaboratore.  

Eravamo un gruppo molto eterogeneo e con un traduttore (anche lui Tahir) simpatico ma molto improvvisato.  Francesco, il nostro traduttore che ci aveva accompagnato a Dersim l'anno prima, era stato espulso al suo arrivo a Istanbul pochi giorni prima del nostro arrivo.  

Tahir ci accolse con l'immancabile çai e cominciò a raccontarci la situazione dei diritti umani a Diyarbakir lasciando spesso la parola ad un suo collaboratore più giovane. Nonostante i tanti problemi mostrava di essere ottimista sul futuro del processo di pace, dei colloqui tra il governo e il leader del PKK Abdullah Oçalan.      

Gli chiesi come mai questa volta era così ottimista visto che in passato troppe volte le speranze erano state tradite.     Con un sorriso mi disse che non era ottimista perchè si fidasse di Erdogan, tutt'altro.   Era ottimista  perchè la proposta politica lanciata dalla cella di Imrali da Abdullah Oçalan, il confederalismo democratico, era la scelta vincente, l'unica che poteva aprire una via alla pace e alla democrazia.   Ed era ottimista perché il popolo kurdo l'aveva fatta propria, milioni di persone avrebbero portato avanti quella proposta nonostante tutte le difficoltà che avrebbero incontrato.

Ci lasciammo così, con la classica foto di gruppo un po' stupida e l'ennesimo çay. Avevamo stretto la mano e condiviso il çay con un grande uomo.  Un eroe timido, armato solo con i propri principi e le proprie idee. 

Non lo dimenticheremo.

Come tanti sono anche io scosso dal massacro di Parigi. Come lo sono ogni qual volta qualcuno decide di colpire vittime innocenti. Quello che mi opprime però in queste ore è vedere come la coscienza collettiva sia selettiva e si mobiliti commossa perchè considera questi morti "i suoi morti", perchè sente che al loro posto potevamo esserci noi o i nostri figli. Io sono addolorato per loro e per le loro famiglie come lo sono per le vittime di Beirut, di Ankara, della Siria, del Mediterraneo e per tanti altri che non avranno neppure una riga su un giornale. Ricordo una parte della lettera di Ernesto "Che" Guevara ai figli: "Ma più di ogni cosa, imparate a sentire profondamente tutte le ingiustizie compiute contro chiunque, in qualunque posto al mondo. Questa è la qualità più importante di un rivoluzionario." Questo per me è "restare umani".

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